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Pop Art – Recensione

Pop Art

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Pop Art

Che cos’è Pop Art? Molti risponderebbero una corrente artistica che rimanda subito al suo massimo esponente Picasso. Durante l’intervista mi è stato detto che è “la volontà di rappresentazione dell’interiorità creativa degli autori attraverso immagini, suoni, dissacratori ironici, volutamente esasperati“.  Io vi dico che è un’opera a cura di Maurizio Francabandiera, che ha debuttato ieri sera e rimarrà in scena al teatro Cometa Off fino al 28 ottobre. Sul palco ci sono i FuoriSync, ovvero il trio composto dai fratelli Alessandro e Federico Campaiola in arte Ward e Alessio Nissolino. Ma è un trio… “quartettato” se si pensa che anche l’autore e regista spesso è in scena – Per capire di cosa sto parlando potete guardare l’intervista qui! –

Pop Art è un lavoro studiato a regola d’arte. Maurizio Francabandiera fa un lavoro fine e cuce addosso ai tre ragazzi giovani e talentuosi, un testo importante, coniugando le abilità e la vena comica del trio alle loro tecniche di doppiatori. In scena li vediamo cantare, recitare, rappare, compiere scioglilingua a coppie e in sincro, una cosa difficilissima. Si susseguono cambi di scena, trucchi e parrucchi improbabili ma esilaranti. Ci sono solamente una panchina, tre cubi e una cornice a grandezza naturale per costruire una scenografia minimal di supporto, ma davvero poco influente perché tutta l’attenzione è puntata sul trio FuoriSync: sulle loro mimiche facciali, sui loro toni vocali, sulla loro impostazione scenica e sulle battute a blocchi continui che non lasciano respiro alle risate dello spettatore.

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Si ride tanto, ma veramente tanto, eppure ogni risata nasconde in se uno spunto di riflessione. Iniziamo con la vita durissima di chi affronta quotidianamente i mezzi pubblici capitolini e si trova a dover combattere con la calca, il bus che si rompe, la scarsa igiene del prossimo… Continuo? Si ride con i primi approcci amorosi. Si ride anche con il tema dell’omosessualità e del transgender. Si ride con le poesie che ci hanno accompagnato in tutta l’infanzia e la pubertà. Si ride con Start Trek e gli incredibili nonché improbabili tecnici all’interno dell’Enterprise. Si ride con la Bibbia: da un Dio nazista troppo simile ad Hitler, che fa capire benissimo la relazione politica contemporanea di Italia e Germania, ad un Adamo semplice e di poche pretese (forse). Si ride con una Eva dall’improbabile occupazione (la squillo), che fa riflettere su quello che è da sempre stato tramandato della donna in chiave cristiana: una subalterna dell’uomo.

Il tutto viene alleggerito dalla vena comica che trasforma l’insieme in una grande e sonora risata, utilizzando riferimenti passati come ad esempio la canzone di Edoardo Vianello “I Watussi”, brano storico che ormai cantano anche i sampietrini di Roma, oppure la poesia di “A Silvia” di Leopardi, per conclude con un gran finale il celebre monologo di Shakespeare sulla donna: “Per tutte le violenze consumate su di lei, per tutte le umiliazioni che ha subito, per il suo corpo che avete sfruttato, per la sua intelligenza che avete calpestato, per l’ignoranza in cui l’avete lasciata, per la libertà che le avete negato, per la bocca che le avete tappato, per le ali che le avete tagliato: per tutto questo in piedi signori davanti ad una donna.

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È tutto una grande prova generale in attesa di Vittorio, un quinto attore, che non si sa se arriva o no fino all’ultima scena. Viene da pensare ad una sorta di Godot, è reale questo Vittorio? Non lo è? Sinceramente? Non ve lo dico! Sposo la politica dei ragazzi che non hanno spoilerato nulla fino al debutto, e vi dico che dovete andare a scoprirlo a teatro in questi giorni. Non vi svelo nemmeno se è Vittorio o “Vittoria”.

Una sala gremita per la prima di Pop Art, con il pubblico GIOVANE (ci tengo moltissimo a ribadirlo) che ha riso ininterrottamente, è il modo migliore per iniziare uno spettacolo inedito con dei ragazzi ancora troppo poco conosciuti nel mondo teatrale ma che fanno ben sperare nel futuro della comicità romana.

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