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Frankenstein Il racconto del mostro

Frankenstein Il racconto del mostro

La recensione

Chiuso entro la mia creta,
t’ho forse chiesto io,
Fattore, di diventar uomo?
T’ho forse chiesto io di
trarmi dalle tenebre?
JOHN MILTON, Paradiso perduto, X, 743-745.

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Frankenstein Il racconto del mostro

La paura, l’accettazione, la follia, la diversità, la morte, l’oscurità. “Frankenstein Il racconto del mostro” è il nuovo monologo di Elio De Capitani, in scena al teatro Brancaccino fino al 3 marzo. Con una voce da doppiatore, non a caso spesso i doppiatori italiani sono anche attori, Elio dà voce alla parte centrale del romanzo di Mary Shelley curando nel dettaglio la figura del mostro. La serata non è propriamente organizzata come un canonico spettacolo, ma è più orientata verso una lettura arricchita di questo monologo scritto a due mani da Elio stesso e Ferdinando Bruni. Tutto intorno alla figura di Elio e alla sua postazione molto originale, costruita con libri dalle rilegature di altri tempi – tecniche ormai dimenticate che oggi si trovano solamente nella famosissima cartiera di Subiaco – si sposano sonorità lugubri e prepotenti di Gionata Bettini, disegni dall’inconfondibile stile bianco e nero di Ferdinando Bruni, e le luci di Nando Frigerio. Il tutto a dare completezza a questo mostro generato dalla penna dell’autrice nei primi dell’800 e ancora oggi dominante la scena storico-culturale dei classici internazionali.

Elio De Capitani spesso lascia il posto al mostro e Frankenstein in prima persona ci racconta quello che è il suo travaglio interiore. La lettura è divisa in 3 parti, una primaria incentrata sulla solitudine del mostro, di questo essere che non ha chiesto di venire al mondo ma che tenta con tutte le sue forze di adattarcisi. Una secondaria dove inizia il dolore generato dall’emarginazione e dall’incomprensione che la mancata accettazione genera nella creatura, che lo porta ricercare la strada di casa e del suo creatore al fine di trovare una soluzione. L’ultima, la follia del mostro che pur non accettando la soluzione che la vita gli propone, la solitudine e l’emarginazione, sfocia in quelli che sono atti di violenza estrema. Ecco Elio è potente nel descrivere tutto questo, utilizza poche distrazioni esterne, concentra tutta l’energia sulla sua voce e sulla potenza espressiva del testo che legge durante lo spettacolo, entrando nella mente di Frankenstein e lasciando spazio di entrata anche a chi ascolta. Lo spettatore è catturato e non riesce a cambiare direzione in quanto rapito dalla timbrica e dalla tecnica vocale ed espressiva dell’attore, trasportato in questo mondo più contemporaneo che mai.

Elio de Capitani e Frankenstein, come poi è stato anche con Quasimodo e il Gobbo di Notre Dame, ci fanno capire molto bene quanto la società sia snobbista e finta perbenista. Solo se sei conforme alla massa, hai la possibilità di far parte dei questo mondo chiamato umanità. Ma se hai un aspetto che non va bene, sei destinato all’isolamento, alla derisione, alla persecuzione, alla follia e infine alla morte.

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